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Diritti delle donne e multiculturalismo

A Milano, la conferenza delle associazioni ebraiche  femminili su dignità e diritti delle donne, nella società multietnica

I diritti delle donne e il multiculturalismo”. Da questo titolo ha preso il via la conferenza proposta a Milano il 22 maggio da ADEI-WIZO, Associazione Donne Ebree d’Italia, dal Consiglio nazionale donne italiane e da ECWE, Consiglio europeo delle federazioni WIZO. Al dibattito, moderato da Anna Maria Isastia, docente di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, hanno partecipato Chiara Saraceno, sociologa e già professoressa di Sociologia della Famiglia all’Università di Torino, Maryan Ismail, antropologa, rappresentante della comunità somala in Italia, e Riki Shapira-Rosenberg, avvocato e attivista israeliana per i diritti delle donne. L’evento si è svolto nell’ambito di una due giorni di incontri che, fra il 21 e il 22 maggio, ha richiamato nel capoluogo lombardo delegate da tutta Europa per l’assemblea annuale delle federazioni Wizo, organizzata da Ester Silvana Israel, presidente Adei Wizo Italia. La conferenza, svoltasi a palazzo Bovara in corso Venezia, ha messo al centro i diritti e lo stile di vita delle donne nella società di oggi, sempre più multiculturale e inclusiva di prospettive sul mondo e di visioni della persona profondamente differenti. Come si può assicurare la co-esistenza di culture tanto diverse garantendo pari diritti e dignità femminili? «La questione dei diritti delle donne viene data per scontata da molte di noi, in occidente, ma il concetto di uguaglianza ha significati diversi nelle diverse parti del mondo», ha introdotto Anna Maria Isastia, ricordando che, per esempio, “uguaglianza” fra marito e moglie, secondo antiche tradizioni indiane, significa che al funerale e alla cremazione dell’uomo venga bruciata anche la sua donna. «Niente è per sempre e niente va dato per scontato – ha detto Chiara Saraceno -. Gruppi conservatori e maschilisti argomentano polemiche contro l’immigrazione e contro altre culture contrapponendovi la libertà delle donne in occidente. E colpisce che, in funzioni anti-immigratoria, l’emancipazione femminile sia improvvisamente diventato il valore occidentale da proporre». Turba il fatto che la presunta libertà femminile «venga proposto come il valore occidentale di “noi nei confronti degli altri”, salvo che tale libertà si riduca a quanti centimetri di pelle possano essere scoperti». Libertà femminile e multiculturalismo, in questo modo, vengono proposti come antitetici per motivi strumentali. Va poi considerato che «le culture sono tradizionalmente costruite nella negoziazione e nei conflitti, non sono statiche – sottolinea Saraceno -:

vanno studiati i rapporti di potere per come si sviluppano nei contesti culturali e per come cambiano. Cristallizzare una situazione in un dato momento storico significa bloccare la situazione senza analizzarne le possibili evoluzioni». E ciò è vero in tutti i contesti culturali. «Consideriamo per esempio che, in Italia, il diritto di famiglia fascista è stato in vigore fino al 1975». In occidente «bisognerebbe essere più autocritici, per poter stabilire alleanze sul tema dei diritti e considerare che le donne non sono solo vittime passive, bisognose di essere addestrate o accompagnate all’uguaglianza, senza vederne le loro risorse interne». Anche le immigrate possono essere protagoniste di modalità di uscita dalle discriminazioni e riconosciute quali soggetti attivi e non oggetti di protezione; senza imporre modelli culturali occidentali considerati migliori. «Serve un dialogo serrato, rispettoso e autocritico che accolga punti di vista diversi». Ma se alcune caratteristiche culturali sono discriminanti e creano fenomeni come quelli dei tribunali etnici in Europa, che non proteggono la donna, non vanno condonate, ha detto Saraceno. La donna nella società israeliana Fra le caratteristiche culturali discriminanti di cui si è parlato, non sono state tralasciate quelle del mondo ebraico: Riki Shapira-Rosenberg, a proposito delle battaglie legali portate avanti in Israele contro le richieste di gruppi religiosi ultra-ortodossi, ha parlato della segregazione di genere nei luoghi come gli autobus, i cimiteri, alcune cliniche, le strade e i marciapiedi dei quartieri religiosi. Donne israeliane hanno denunciato molestie, attacchi e insulti subiti da ebrei ultraortodossi che le accusavano di non rispettare questa separazione di genere. «È stata chiesta l’abolizione delle linee di autobus “per religiosi” e ottenuta l’affissione di cartelli che esplicitano il diritto democratico delle donne di sedersi dove vogliono», ha spiegato Shapira-Rosenberg. Ma le aziende e persino gli enti pubblici, temendo ritorsioni o ricercando consenso politico, non rendono facile e scontata l’applicazione dei principi. Modifiche a favore degli ultra-religiosi sono stati infatti concessi a proposito di pubblicità che ritraggono donne, di voci femminili diffuse dalla radio, di posti a sedere sugli aerei, anche se i tribunali hanno riconosciuto diritti uguali delle donne e garantito loro risarcimenti monetari. Persino in una nazione come Israele, nota per la sua democrazia, il multiculturalismo rischia così di scatenare un corto circuito dei diritti delle donne. Oggi, sotto la lente, ci sono l’esercito e l’ambiente accademico, dove gli ultra-ortodossi vorrebbero spazio, sostenuti dal Governo che li vorrebbe partecipi del mondo del lavoro. Da ciò scaturiscono nuove lotte contro la discriminazione di giovani soldatesse e ragazze che, come nelle università, rischiano di pagare il prezzo delle scelte religiose di alcuni gruppi radicali. Il “rischio è la perdita di diritti umani da parte delle donne come di tutta la società liberale”, ha concluso Shapira-Rosenberg. «Siamo un po’ tutte nella stessa barca e questa uguaglianza è ancora lontana. C’è molto da fare e andrebbe fatto anche con i maschi, altrimenti sarebbe sempre una vittoria a metà». Lo ha evidenziato Maryan Ismail, parlando della storia delle donne nell’Islam e della tradizione islamica e sufi per cui “uomini e donne sono uguali davanti a D-o”. «Mentre nella società pre-islamica la donna valeva meno degli animali e le bambine potevano essere uccise alla nascita, l’Islam ha rivalutato le donne, che hanno ottenuto il divieto dell’infanticidio femminile, i diritti di eredità e il divorzio. Le prime donne femministe dell’Islam sono state proprio due mogli del Profeta. Avevano ruoli di dirigenza ed erano a capo di battaglioni militari. Il primo ostacolo delle donne musulmane nasce tuttavia con la battaglia che ha creato la separazione fra sunniti e shiiti e la nascita di quattro diverse scuole giuridiche cB comunità/Evento Enti, associazioni, work in progress > con a capo quattro califfi sunniti». Da ciò è seguita una lettura religiosa che nega i diritti delle donne. «Anche il velo è una invenzione recente, perché è una tradizione, ma una libera scelta», ha sottolineato. La donna diventa ostaggio della famiglia e della società a causa di una radicalizzazione dell’Islam che cambia le vere tradizioni, sottoponendola al padre, marito, fratello. «Bisogna rispondere con intelligenza e determinazione – ha insistito Ismail – con la riforma del diritto di famiglia, la sospensione della poligamia, l’uguale diritto all’eredità fra fratello e sorella, contro il maschilismo patriarcale, per il diritto allo studio e l’autonomia. Nel sufismo, c’è una scuola riformista liberale che cerca di unire in maniera armonica e senza scontri i diritti della persona, anteponendo la spiritualità al potere politico». Il tema dei diritti e della dignità della donna è stato trattato in modo tanto trasversale quanto internazionale. L’abbigliamento e il corpo delle donne appaiono centrali in tutte le religioni, ha fatto notare Isastia, mentre è diffusa «l’ossessione degli uomini per il comportamento delle donne e per il loro corpo», hanno commentato alcune persone del pubblico. E se è anche vero che simbolicamente il corpo della donna è anche visto come il corpo della nazione, ha spiegato Saraceno (pensiamo alla pittura e all’iconografia politica), è anche vero che tradizionalmente, nella famiglia, l’onore dell’uomo passa attraverso il comportamento della donna. Il corpo delle donne è così un “corpo politico”, ha detto Ismail, ricordando come i jihadisti, per segnare il possesso di un nuovo territorio, per prima cosa coprono e segregano le donne di quel territorio. Ma non serve andare lontano per vedere la donna quale “cosa pubblica”. In Italia, solo nel 1996 lo stupro è stato riconosciuto reato contro la persona e non più reato contro la “morale pubblica”.

Di i Ilaria Ester Ramazzoti – pubblicato su Bollettino della Comunità Ebraica di Milano