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XIII Premio Letterario – Recensioni di Giorgia Greco

1948        Yoram Kaniuk
Traduzione di Elena Loewenthal
Giuntina euro 15
Proprio a pochi giorni dalla scomparsa del grande scrittore israeliano Yoram Kaniuk, il suo romanzo 1948 si aggiudica la XIII Edizione del Premio Letterario ADEI-WIZO “Adelina Della Pergola”.
Dopo essere stato scelto nella Terna finalista dalla Giuria nazionale, le oltre duecento giurate popolari hanno decretato vincitore quel racconto epico della storia di Israele agli albori dell’Indipendenza.
Una delle voci più intense del panorama letterario israeliano è stato anche un caso unico nel suo Paese: Yoram Kaniuk, classe 1930, chiese e ottenne dal Tribunale di Tel Aviv nel maggio 2011 di avere cancellata dalla sua carta di identità l’appartenenza religiosa, non perché non si sentisse ebreo ma perché era convinto che Stato e religione dovessero rimanere separati.
Cresciuto a Neve Tzedek frequentando un ambiente colto e raffinato, Kaniuk si arruolò a 17 anni nel Palmach e nella guerra di Indipendenza del 1948 rimase ferito ad una gamba. Trasferitosi a New York si appassionò alla pittura ottenendo riscontri positivi, senza però mai abbandonare il suo interesse per la scrittura alla quale decise di dedicarsi completamente.
Dopo dieci anni trascorsi in America Yoram Kaniuk tornò in Israele diventando critico teatrale, giornalista e autore di romanzi e raccolte di racconti, molti dei quali tradotti in italiano come Adamo risorto (Theoria), il suo esordio in Italia, che colpì i lettori con la narrazione originale di un uomo che i nazisti avevano trasformato in cane. A questo primo romanzo seguirono Postmortem, Il comandante dell’Exodus, Tigerhill, La ragazza scomparsa. Tradotto in 25 lingue Yoram Kaniuk non si impose in Italia come altri autori israeliani in parte, a giudizio di chi scrive, perché era uno scrittore difficilmente inquadrabile in canoni prefissati, in parte per la complessità della sua narrativa.
All’età di 80 anni questo personaggio scomodo e anticonformista, considerato una vera icona in Israele, ha mandato in libreria l’ultimo romanzo, uno dei più belli. Vincitore del prestigioso Premio Sapir, 1948 racconta in pagine di forte impatto emotivo, colme di poesia e pervase da un sottile sarcasmo, il conflitto che ha portato alla nascita dello Stato di Israele, addentrandosi senza retorica nel dolore della guerra, salendo una montagna impervia di memorie da cui spuntano, come arbusti selvatici, gesti di eroismo, situazioni assurde e imprevedibili, attimi di terrore dinanzi alla morte che colpisce giovani poco più che adolescenti.
Dopo 60 anni dalla fine della Guerra d’Indipendenza Kaniuk ha dato voce ai frammenti di memoria che lo accompagnarono per tutta la vita: già dal 1959 quando lavorava come marinaio sulla Pan York, una delle navi che portavano i profughi ebrei dall’Europa in Israele, aveva tentato di scrivere ma “…in realtà ero pieno di odio, avevo visto troppo sangue…non trovavo il tono giusto”. Solo dopo essere uscito da una lunga malattia comprese che se non avesse scritto allora non l’avrebbe fatto più. Ma anche il ricordo della battaglia di Ramle e degli avvenimenti che ne seguirono è stata la chiave che lo spinse a dedicarsi al libro.
Sono pagine crude, atroci come solo può essere la guerra, quelle di Yoram Kaniuk: una narrazione autobiografica dalla quale emerge l’esperienza di un ragazzo partito volontario per la guerra che si trova a dover fare i conti con la fame, il freddo, il sonno, lo sgomento dinanzi alla morte assurda dei sopravvissuti alla Shoah che, senza capire una parola di ebraico, imbracciano il fucile orgogliosi di combattere per la difesa della loro Terra.
Il pregio di 1948 non risiede solo nella capacità dell’autore di raccontare in modo magistrale il conflitto attraverso le vicende drammatiche e sofferte di chi l’ha vissuto (“…desideravo mostrare come erano andate le cose, quanto noi non fossimo affatto dei giganti e combattessimo invece per la nostra sopravvivenza”), ma anche nell’intento di far comprendere, sia quanto il trauma della Shoah persista ancora oggi nella società israeliana (“Una tragedia che non è possibile dimenticare”), sia quanto fosse falso il mito che dipingeva il Palmach come un esercito di supereroi intenzionati a distruggere e cacciare gli arabi (“…eravamo su un precipizio e combattevamo per non finirci dentro”).
Quei frammenti di ricordi che fluiscono come un fiume in piena, ci restituiscono un racconto dall’impronta orale che, al di là dei meriti letterari, ha il grande valore storico di averci fatto conoscere la guerra non attraverso le strategie dei comandanti, ma filtrata dagli occhi ingenui di giovani idealisti, di soldati semplici che, combattendo per difendere il diritto alla sopravvivenza, hanno reso possibile la nascita dello Stato d’Israele.
Dedicato agli “amici morti e vivi che sono stati in quell’inferno da macello e sì, hanno anche fondato uno Stato”, il romanzo di Kaniuk è un vero “testamento spirituale”: un’opera da leggere con rispetto e devozione.
Giorgia Greco

Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank?  Nathan Englander

Traduzione di S. Pareschi

Einaudi Euro 19

Nato a Long

Island in un ambiente “contrario alla libertà di pensiero e con una mentalità da shtetl”, per Nathan Englander la letteratura ha rappresentato una scelta ben precisa, oltre che una via di fuga.
Dopo la pubblicazione di un’ esilarante raccolta di racconti “Per alleviare insopportabili impulsi” che è diventato un bestseller internazionale, Englander decide di vivere per alcuni anni in Israele, un’esperienza rivelatasi determinante sia dal punto di vista artistico che personale.
La conferma del suo talento narrativo arriva nove anni dopo con l’uscita del primo romanzo “Il Ministero dei casi speciali”, una storia di forte impatto emotivo ambientata nell’Argentina dei generali e dei desaparecidos, il cui fulcro ruota attorno all’identità e alla scomparsa di una tradizione culturale.
“Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank?” è il titolo dell’ultima raccolta di racconti, un omaggio al grande scrittore e saggista statunitense Raymond Carver del quale Englander prende in prestito lo stile e la sceneggiatura.
Nel primo racconto che dà il titolo al libro si narra di due coppie che affrontano argomenti complessi e tragici, sorseggiando una bevanda: una situazione simile per certi versi a quelle descritte da Carver, benchè la visione del mondo e il modo di affrontare la fiction siano notevolmente differenti l’uno dall’altro.
I personaggi di Carver vivono una quotidianità lontana dagli affanni sociali e dalle preoccupazioni politiche, quelli di Englander si confrontano con l’Olocausto, la memoria del passato, il tentativo di ricostruirlo, le guerre israeliane, l’accettazione o il rifiuto della tradizione ebraica ortodossa.
Nelle pagine di Englander il dolore si pone come elemento centrale dell’esistenza, uno stato d’animo che si può affrontare solo attraverso una pungente ironia. E in questo il suo stile si avvicina molto a quello di Philip Roth.
I personaggi e le situazioni raccontate da Englander sono molto vari e alcuni di essi risentono della sua permanenza in Israele per la mirabile capacità dell’autore di trasmettere le ansie, le paure, i conflitti degli israeliani e degli ebrei di oggi.
Ad esempio ne “Le colline sorelle” che ha per protagoniste due donne si descrive attraverso una vicenda di eredità scene di vita quotidiana in Israele, a partire dalla vigilia della guerra dello Yom Kippur fino ad arrivare ai giorni nostri; se in “Peep Show” sono i sensi di colpa di un professionista di successo che – recatosi in un peep show immagina di vedere, anziché giovani donne disinibite, il rabbino nudo e la madre in abiti discinti – ad essere al centro del racconto, in “Come vendicammo i Bloom” l’autore descrive con toni crudi i soprusi e le violenze perpetrate contro la comunità ebraica in una cittadina americana.
Quella di Englander è una prosa fluida che cattura il lettore con pagine che scorrono veloci grazie ad uno stile nitido e ironico al contempo. In otto racconti si dispiegano la sapienza e la tradizione ebraiche, i rituali degli ebrei ortodossi, le manie di personaggi indimenticabili in un caleidoscopio dalle mille sfaccettature.
Accolto con elogi incondizionati da autori americani del calibro di Roth, Chabon, Franzen l’ultima opera di Englander, pur essendo di tono minore rispetto alle altre, riesce a condurre il lettore al di là del significato intrinseco di ogni racconto e a renderlo partecipe dei vizi, delle paure e delle debolezze che si agitano nell’animo dei personaggi offrendo come cura a tutto questo un’incontenibile e liberatoria risata.  Giorgia Greco

 

Il terzo giorno
Chochana Boukhobza
Traduzione di Emanuelle Caillat
Einaudi Euro 19
“Il tempo non è trascorso. Lei è ancora laggiù. Nel grido delle donne morenti che la musica del violoncello non riusciva a coprire. Si rivede mentre suona; suona, suona fino a spezzarsi le dita; suona distrutta per sempre….”

Città santa per eccellenza, capitale dei tre monoteismi, custode di una memoria in cui si depositano millenni di Storia, Gerusalemme è lo scenario che Chochana Boukhobza, scrittrice tunisina, trasferitasi in Israele all’età di diciassette anni, ha scelto per ambientare il suo ultimo romanzo.
Gerusalemme è anche il luogo dove il destino di due donne, Elisheva e Rachel, entrambe musiciste, si intreccia e trova il suo compimento. La prima è un’anziana violoncellista, sopravvissuta al campo di sterminio di Majdanek; la seconda è la sua allieva prediletta che ha lasciato la famiglia e il giovane fidanzato Eytan per inseguire il suo sogno di musicista a New York dopo aver vinto una borsa di studio per la prestigiosa Julliard School.
E’ un concerto diretto dal famoso direttore d’orchestra Haim Newman l’occasione che riporta le due donne in Israele, una tappa importante nella loro carriera artistica ma anche un appuntamento con il passato al quale non potranno sottrarsi e che nel breve volgere di tre giorni si rovescia nelle loro vite con il suo carico di sofferenze e di paure mai risolte.
Rachel, figlia di ebrei osservanti, pervasa da sensi di colpa, cerca da una parte di ritrovare un contatto con il padre – che non le ha perdonato di aver inseguito i suoi sogni anziché accettare quietamente il destino di moglie e madre – e dall’altra di sfuggire, inutilmente, all’incontro amoroso con l’unico ragazzo che abbia amato ma che non era disposto a seguirla nella sua carriera. E in questi tre giorni sullo sfondo di una Gerusalemme le cui mura si accendono di bagliori dorati al tramonto, dove il soffio caldo dello sharav si posa dolcemente sulle sinagoghe e le moschee e dove la terra amata e contesa da due popoli rende gli uni nemici degli altri, seppur legati da un destino comune, Rachel si confronterà con il suo passato.
Per Elisheva, invece, il passato con i suoi ricordi dolorosi che non hanno mai smesso di ossessionarla, è una voragine dal quale l’ha salvata solo la musica. Grazie alla sua abilità con il violoncello è sopravvissuta al campo di Majdanek e mentre suonava per i suoi fratelli, il Boia compiva inauditi esperimenti sulle donne e i bambini del campo.
Elisheva non ha mai dimenticato e quando a Gerusalemme Daniel, il figlio di Katia, la donna che era con lei a Majdanek ed ora è scivolata in una quieta follia, le consegna una valigetta con una pistola, il piano architettato dall’anziana violoncellista si manifesta come il vero scopo di quel viaggio.
Attorno alle due donne si muovono personaggi indimenticabili, voci e destini che si intrecciano con musicale geometria e ci conducono nei gorghi più misteriosi della psiche umana: Amos il vecchio sabra che, pur innamorato di Elisheva, ha tenuto fede alla promessa fatta a Katia e per non causarle altre sofferenze dopo quelle subite dai nazisti si assume le sue responsabilità di padre perché “lo stile dell’epoca era la serietà”…, Carlos un caro amico di vecchia data, un ebreo marrano che ha scelto di tornare all’ebraismo e ora con il suo lavoro di guida turistica aiuta l’anziana donna a portare a compimento il piano di eliminazione del Boia di Majadanek arrivato in visita a Gerusalemme, Eytan, l’uomo amato da Rachel che si dibatte fra il dolore per la perdita del fratello Gad ucciso alla frontiera con il Libano, l’amore per un figlio non ancora nato e la passione travolgente per la violoncellista, il nazista Henker che ha vissuto indisturbato dopo la guerra in Venezuela – uno dei tanti criminali nazisti aiutati a fuggire dal Vaticano – nascondendo dietro un’identità onesta un passato di orrori e di atrocità.
In uno dei vicoli della città vecchia Elisheva e il Boia si fronteggiano e il finale che si dispiega come una sinfonia a più voci lascerà stupefatto il lettore per quell’atto di giustizia atteso che si rivelerà il punto di partenza per capire nel profondo un rapporto umano così vivo, intenso e coinvolgente come quello che unisce Rachel ad Elisheva.
Non sfugge al lettore di questo libro che attraverso le vicende dei personaggi l’autrice, vincitrice del Prix Méditerranée nel 1986 con il suo primo romanzo, “Un été a Jérusalem”, ci racconta in modo magistrale la complessa realtà di un paese , con un passato troppo drammatico per poter essere dimenticato e un presente nel quale pur vivendo ogni giorno in stato di allerta non si rinuncia a coltivare la speranza in un futuro di pace e di tolleranza.
Una trama ben costruita, uno stile terso, preciso sempre a punto sia sul piano linguistico sia su quello del ritmo del racconto ci regalano un romanzo che lascia l’impronta di una memoria da conservare.   Giorgia Greco

PREMIO NARRATIVA PER RAGAZZI

Tra amici
Amos Oz
Traduzione di Elena Loewenthal
Feltrinelli Euro 14
L’opera di un grande pittore, come Claude Monet per esempio, suscita inevitabilmente sentimenti di profonda ammirazione per la cura che l’artista pone nel ritrarre con tocco sapiente e delicato anche i dettagli più minuti di un paesaggio primaverile o invernale.
Analogamente ogni nuovo libro dello scrittore israeliano Amos Oz lascia stupefatti per quella straordinaria capacità stilistica di far “vedere” al lettore, quasi si trattasse di un quadro, ciò che descrive siano moti dell’animo, paesaggi o azioni.
Oz che da bambino sognava di diventare un libro perché “i libri sopravvivono sempre in qualche modo allo sterminio”, si ribellò al mondo intellettuale del padre, uomo di destra, erudito e poliglotta e dopo la morte della madre andò a vivere all’età di quindici anni nel kibbutz Hulda, scegliendo la vita dei campi e il principio di uguaglianza.
E’ un mondo che conosce molto bene quello del kibbutz: “…una sorta di laboratorio dove tutto è concentrato, amore, morte, solitudine, nostalgia, desiderio, desolazione. E’ dal kibbutz che attinge la mia scrittura”
E al kibbutz Amos Oz ritorna con il suo ultimo libro “Tra amici” mirabilmente tradotto da Elena Loewenthal. Yekhat è un microcosmo degli anni cinquanta dove si intersecano le storie di alcuni abitanti, fra aspirazioni utopistiche, solidarietà, uguaglianza, declinate attraverso otto racconti di magistrale arte narrativa.
C’è David Dagan, uno dei fondatori e leader del kibbutz, docente di storia, “dotato di una logica stringente e di una irresistibile capacità di persuasione”, è un sessantenne capace di affascinare la giovane Edna di diciassette anni, figlia di Nahum Asherov , un uomo mite e schivo che trascorre le sue giornate in officina “la schiena curva….prendendosi cura di apparecchi che altri membri del kibbutz gli portavano da riparare: bollitori elettrici, radio, ventilatori”.
C’è Zvi Provizor uno scapolo basso di statura, incapace di accettare il minimo contatto fisico con chiunque, ha la passione di dare brutte notizie: terremoti, alluvioni, incendi sono gli unici argomenti di conversazione che destano il suo interesse.
E ancora Yotam, un ragazzo cui lo zio, arricchitosi facendo affari all’estero, offre un corso di studi in Italia ma non vuole accettare senza l’approvazione dell’assemblea del kibbutz; il piccolo Yuval preso di mira dai compagni per la sua debolezza fugge dal dormitorio dei bambini per tornare a casa fra le braccia amorevoli del padre; Osnat, la moglie abbandonata dal marito e Ariela, l’amante si ritrovano solidali in una condivisione di legami tutta al femminile; Martin, la figura più intensa del libro, è un calzolaio che vive solo, gravemente malato alle vie respiratorie. Convinto che la proprietà privata sia la madre di tutti i mali è considerato un modello morale che non ha mai saltato un giorno di lavoro e ama rammentare durante le Assemblee “in nome di cosa era stata fondata l’impresa e quali erano gli ideali originari”. Idealista convinto, prima di morire desidera insegnare ancora qualcosa ai suoi compagni: l’Esperanto perché “….quando tutta l’umanità parlerà una lingua comune, non ci saranno più guerre” né incomprensioni fra individui e popoli.
E’ una galleria di ritratti sospesa fra solitudine, passione, idealismo, paura, invidia, voglia di tenerezza quella che Oz mette in scena dove i drammi interiori non celano un costante anelito alla felicità.
Pochi scrittori conoscono e dipingono così bene quell’ideale utopico di vita in comune, una società rigida ma giusta, dove occorre costruire l’Ebreo Nuovo, forte e abbronzato, lontano dal modello di fragilità e debolezza della Diaspora; un mondo dove non esiste la proprietà privata e anche le decisioni che coinvolgono la vita privata dei singoli membri vengono assunte dal collettivo nelle assemblee.
Un mondo perfetto dunque? Nient’affatto ci assicura Amos Oz.
“Perché i padri fondatori avevano l’ambizione di cambiare la natura umana. Questo era impossibile, infantile, crudele: la natura umana va lasciata in pace. Pensavano che, in villaggi egualitari, di colpo le meschinerie, il pettegolezzo, l’invidia sarebbero spariti. I miei personaggi vivono le loro storie in questa tragicommedia. Il loro segreto è che il kibbutz è una rappresentazione dell’umanità. Una metafora”.
Grazie all’uso magistrale della parola, mai superflua, sempre perfettamente calibrata e inserita nel contesto giusto come pezzi di un puzzle che formano un affresco la cui bellezza si coglie sia nell’insieme che nel particolare, Oz accompagna il lettore dentro un universo fatto di solidarietà e condivisione ma che non è affatto esente da invidie, solitudini e passioni segrete regalandoci un libro intenso e indimenticabile.
E ancora una volta avviene quel piccolo miracolo che spesso accompagna la lettura dei libri dello scrittore israeliano: l’impossibilità di staccarsi da quelle pagine auliche e il desiderio, una volta terminate, di ritrovare il piacere della lettura ripartendo dalla prima.

 

Il novecento di Fanny Kaufmann
Fania Cavaliere
Passigli editore Euro 19,50

Dopo alcuni scritti di carattere scientifico e tecnico Fania Cavaliere, laureata in Filosofia a Milano e specializzata in Storia della Scienza presso la Domus Galileiana di Pisa, si cimenta con il romanzo storico narrando la storia e le vicissitudini della sua famiglia di origini ebraiche, colta e ricca, dai pogrom della Russia dei primi anni del Novecento fino all’avvento del nazismo nell’Europa della seconda guerra mondiale: in mezzo due Rivoluzioni russe e il ventennio fascista.
E’ un libro complesso quello di Fania Cavaliere, che nasce dal ritrovamento dei diari della nonna Fanny della quale – come cita nella premessa – ricorda soprattutto un “lungo e interminabile gesto: quello con il quale infilava lo spillone con la perla nel cappello, saldandolo fermamente alla nuca”: un’ accurata ricostruzione storica del Novecento ma anche un’ avvincente cronaca familiare dove a un certo punto la storia della famiglia russa emigrata in Europa si intreccia con un ramo calabrese conducendo il lettore a scoprire un pezzetto dell’Italia del sud, ancora arretrato in quegli anni, ma accogliente e per Fanny molto simile alla Jalta della sua giovinezza.
“A Jalta il paesaggio toglieva il fiato, soprattutto in primavera. I fiori accompagnavano le colline scoscese fino al lungomare ornato di palme e, appena oltre, l’acqua increspata rifletteva e corrugava il cielo….intorno, in lontananza, lungo i pendii scoscesi densi di oleandri e melograni in fiore, si adagiavano ville sfarzose e ricercate”.
La storia prende avvio nella Russia dei primi anni del ‘900 dove a Jalta, piccola città sul mar Nero, il clima benefico la rende meta ideale della famiglia imperiale e dove Abramo Davidovich Kaufmann, capofamiglia e bisnonno dell’autrice, svolge la sua proficua attività di gioielliere attorniato da una famiglia numerosa.
Ma l’impero russo è al declino e anche la famiglia Kaufmann comincia ad avvertire i segnali di quell’antisemitismo che travolgerà i destini di tanti ebrei, ancor prima dello scoppio della prima Guerra mondiale.
Mentre assistiamo alla rivoluzione d’ottobre, alla caduta dello zar Nicola II, alla devastazione della guerra civile che sgretola ogni speranza per un futuro migliore il mondo dei Kaufmann con i suoi confini tranquilli crolla; divenuti capri espiatori come è sempre accaduto agli ebrei nel corso dei secoli, alcuni componenti della famiglia lasciano Jalta per intraprendere un lungo peregrinare che li condurrà a Costantinopoli, Parigi, Roma, Sondalo, Milano, altri invece decideranno di rimanere in Russia.
Se ai primi, in particolare alla zia Sofia arrestata insieme alla madre Etta e condotta ad Auschwitz, e a Fanny nell’Italia del fascismo non verrà risparmiato l’orrore delle persecuzioni nazifasciste, i componenti rimasti nella madre patria si troveranno ad affrontare l’antisemitismo staliniano, i gualg e lunghi anni di confino.
Oltre ad essere una straordinaria ricostruzione storica di un’epoca ormai scomparsa, il romanzo di Cavaliere si apprezza ancor più per la magistrale costruzione dei personaggi e per la descrizione affettuosa e a tratti ironica dei caratteri di ciascuno di loro. Prima di tutto i fratelli Kaufmann: la zia Sofia che diverrà medico, orgoglio e ammirazione di tutta la famiglia per il suo fascino e la sua intelligenza, Sasha, giovane caparbio e ribelle nelle sue scelte di vita, sul quale l’autorità del padre “scivolava come acqua”, Djodja, “il filibustiere, il conquistatore, il più simpatico e inaffidabile” dei figli di Abramo adorato e protetto dalla sorella Fanny nei cui confronti proverà sempre un profondo affetto e desiderio di preservarlo dai guai nei quali spesso lui stesso si andava cacciare, Zhenja che aveva sempre saputo farsi amare, Raja, la sorella minore, la cui natura “non concedeva margini al compromesso e alla mediazione”, permalosa e profondamente insicura, convinta di aver ricevuto meno delle sorelle sarà sempre una spina per i suoi familiari. E attorno ai Kaufmann si muove un caleidoscopio di personaggi originali e brillanti, fra tutti il nonno dell’autrice, Alberto Cavaliere, proveniente da una facoltosa famiglia calabrese, brillante conversatore, giornalista, appassionato del gioco d’azzardo, cattura con il suo fascino italico la giovane Fanny giunta a Roma per studiare arte. Le peregrinazioni e i continui trasferimenti da una città all’altra di questo giovane antifascista con la famiglia – dalla loro unione nasceranno due figli, Renata e Alik, il padre dell’autrice – costituiscono una delle parti più avvincenti del romanzo.
Sono personaggi indimenticabili quelli che ritrae Fania Cavaliere legati indissolubilmente l’uno all’altro da un fil rouge: è il mondo degli affetti che sopravvive ai conflitti più dolorosi, alle vicende drammatiche che lacerano il tessuto della società europea in quegli anni, alle prove e ai lutti più terribili tenendo unita la famiglia fino alla Morte.
Perno attorno al quale ruota tutto il libro, costituendone un valore imprescindibile, è la Memoria attraverso la quale si dipanano le vicende dei Kaufmann, si formulano le domande e si trovano le risposte ad uno dei misteri più intricati per l’essere umano: quello della vita.
Pur consapevole che “la sensazione di ricostruire la vita degli altri è illusoria, ma convinta che “questa fosse una storia che aveva bisogno di essere raccontata”, l’autrice, con la medesima determinazione della nonna Fanny, ha risposto all’”esigenza della memoria” con una saga familiare indimenticabile che è al contempo testimonianza suggestiva di un’epoca, affresco storico e fedele ricostruzione di un mondo scomparso.
Non è facile in tempi di magra letteratura imbattersi in un libro autentico: “Il Novecento di Fanny Kaufmann, è un’opera di alto artigianato, ricca di contenuti, i cui potenti rintocchi rimarranno a lungo nella mente e nel cuore del lettore.

Giorgia Greco